R. Kurzweil: La Singolarità è vicina
Il termine Singolarità si riferisce tradizionalmente allo stato di sistemi o funzioni le cui componenti tendano all’infinito. Se il punto di Singolarità di un buco nero è il luogo in cui l’attrazione gravitazionale diviene infinita, la Singolarità tecnologica si riferisce piuttosto al momento in cui l’evoluzione tecnologica diviene talmente vertiginosa da essere a tutti gli effetti “infinita” ed inimmaginabile.
Il ragionamento portato avanti in La Singolarità è vicina (2005, Apogeo) da Ray Kurzweil – inventore, informatico e saggista statunitense, classe 1948, noto per il suo lavoro pionieristico nell’intelligenza artificiale applicata al riconoscimento dei linguaggi naturali – scaturisce dalla cosiddetta Legge dei ritorni accellerati – generalizzazione a tutto l’ambito del trattamento elettronico dell’informazione della Legge di Moore sulla crescita esponenziale nel potere computazionale dei semiconduttori – che, applicata ai 3 ambiti di ricerca secondo Kurzweil più importanti (GNR: Genetics, Nanotech, Robotics, oltre alla fisica quantistica e all’intelligenza artificiale forte), promette una rivoluzione nel rapporto tra uomo, tecnologia, sapere e mondo. In particolare, Kurzweil basa l’avvento della Singolarità tecnologica sull’assunto secondo il quale una tecnologia che permettesse il potenziamento elettronico del cervello umano ne assoggetterebbe la crescita (in termini di capacità computazionali) alle medesime leggi – di carattere esponenziale – che governano oggi l’ICT (p.es. la Legge di Moore), ed in ultimo alla stessa Legge dei ritorni accelerati.
Utilizzando personaggi immaginari da un remoto futuro e descrivendo formule e sistemi complessi dei campi più avanzati del sapere, Kurzweil proietta in avanti la tecnologia umana, facendo ipotesi ardite – come la “scorporeizzazione dell’uomo”, conseguenza della completa retro-ingegnerizzazione del suo cervello, o la possibilità di assemblare oggetti a partire dalle loro componenti molecolari elementari, frutto della stampa 3D su scala nanometrica – e dipingendo un futuro certamente possibile ma più vicino di quel che si pensi – almeno secondo il futurologo statunitense.
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